giovedì 9 novembre 2017

Lo abbiamo fatto ancora. Trasloco!

L'abbiamo fatto. Ancora.
E se prima gridavamo ai quattro venti che era l'ultima volta, stavolta zitti viviamo il presente e quel che sarà lo scopriremo solo vivendo.

Il mio miagoloso ostacolo quando devo scrivere.
Cinque giorni per rivoluzionare il nostro presente.
Sette giorni per fingere che il trambusto non ci fosse mai stato.
E se per la mia squadra di piccoli piedini ora è tutto normalità, io ancora sono nel vortice del post trasferimento.
Ebbene sì, non abbiamo solo cambiato per la nona - sì avete letto bene, nona - volta casa da che siamo marito e moglie, ma abbiamo anche cambiato per la quinta volta paese.
E se stavolta è stata una decisione fulminea del Bapi, è stata anche la volta della ditta di traslochi, così in una mattinata due abitazioni erano vuotate e la nuova riempita di pacchi che odoravano di nuovo e vecchio insieme.
Così, con l'audacia - o incoscienza - che solo a trent'anni hai, ci siamo lanciati in questa nuova avventura fatta di paese-casa-scuola-persone nuovi.

Dopo 2 settimane di questa nuova avventura, tiro le somme:
  • loro. Loro sono sereni, e la loro serenità ha spazzato via le mie paure di mamma circa il cambiamento, tanto repentino e forte, che ha coinvolto ogni ambito per loro rilevante. Mi hanno indirettamente (indirettamente poi mica tanto, solo non lo hanno detto a me) dato della superficiale, come se io non mi preoccupassi dei miei figli e di ciò che la nostra scelta avrebbe potuto provocare in loro, peccato che la madre sia io, e sia pure una madre con le contropalle, e nonostante avessi timori che non ho celato, ero certa non avremmo procurato traumi in loro. Non solo non sono traumatizzati ma hanno migliorato la loro condizione. E torniamo alla prima riga di questa considerazione: sono sereni, sereni davvero.
  • lui. Lui, mente di questo trasferimento, gongola ora che ha la certezza che il suo tentativo è stato un successo. Sapeva che il suo spingere per questo cambiamento che io ostacolavo (mentre lo volevo ma stavolta boh, il lanciato era lui ed io sempre a metter ma) poteva rivelarsi una buona o cattiva idea, aveva argomentato, di fronte ai miei "boh, che ne so", in lungo e largo le conclusioni delle valutazioni che aveva fatto e se lui promuoveva un trasferimento, lui che mi ha sempre seguito nelle mie mattate, ora meritava fiducia, e infondo, era quello che volevo anche io.
  • io. Io che dire, mi sento rinata. Io oggi mi chiedo perché non ho lasciato che questo accadesse prima. Poi mi dico che tre settimane fa era il momento ideale, tanto che tutto si è consumato in 5 giorni, tutto partito da un biglietto in bianco e nero affisso in un angolo dell'ospedale, visto dal Bapi non sa nemmeno lui come, una telefonata, una stretta di mano et voilà. Eccomi catapultata nel vortice. Nemmeno il tempo di anticipare la cosa alle amiche, che ho preso alla sprovvista quando ho timidamente annunciato loro della nostra partenza.
Mi manca quel paese in cui avevo scelto di metter radici, mi manca il paese proprio, la sua luce, i suoi colori, e mi manca qualche viso amico, in primis quei visi che erano con me in ostello nell'immediato post-sisma, nel momento più duro che io possa ricordare della mia vita, e poi altri sorrisi.
Le amiche no, non mi mancano, perché sono amiche, e ci sentiamo e ci vediamo lo stesso, perché la differenza tra conoscenza e amicizia sta in questo, nella frequentazione che non è obbligata dalle circostanze ma voluta da entrambe la parti.

Ancora giro come una trottola, ancora aggiusto il tiro, accendo poco il pc, ho perso un lavoro, ne inseguo un altro; mentre loro sono già operativi, già cittadini di questa nuova realtà, che "mamma è bellissimo stare qui", io arranco, ma col cuore tranquillo e qualche caffè antistress con le mamme della primaria.